La Parodontite

La parodontite è una patologia cronica che colpisce l’essere umano.

È una malattia diffusissima nella popolazione, pensate che in Italia circa il 65% della popolazione, cioè 35 milioni di persone, ne soffrono. Pensate che in Italia ben 10 milioni di persone hanno perso almeno un dente per colpa di questa malattia.

È una malattia strana, una malattia silenziosa che non si fa sentire, che dà pochissimi disagi, che dopo elencherò così sarà chiaro quali sono i campanelli d’allarme che ci devono far venire il sospetto.

Questa malattia purtroppo sarebbe facile da curare se venisse presa al momento in cui nasce.

Poi quando questa parte a svilupparsi e volte per 20 o 30 anni, e dopo 20 o trent’anni porta in maniera inesorabile alla perdita e alla caduta di tutti o quasi tutti denti.

Ecco che allora c’è bisogno di ponti e di impianti, di protesi mobili, di dentiere, la fatidica dentiera viene portata delle persone che hanno avuto la sfortuna di avere questa malattia.

Allora la dentiera ripristina il sorriso, spesso il sorriso della dentiera è più bello quello originario, ma la qualità della masticazione è del 15%, cioè è molto inefficace nella masticazione.

Poi ci si abitua a tutto per carità però, le limitazioni alimentari che ha il portatore di dentiera sono importanti. Inoltre la dentiera toglie quasi del tutto il piacere del sapore e del muovere il cibo all’interno della bocca, assaporarlo completamente.

Quindi è molto sgradevole da portare. Il suggerimento sarebbe quello di fare tutto ciò che è possibile fare per non trovarsi nelle condizioni di dover ricorrere alla dentiera, cioè a perdere dei denti.

Quindi la malattia va identificata subito.

La malattia ha una forte tendenza familiare e qua ci si può già subito mettere in allarme: se i propri genitori avevano la parodontite, cioè portavano la dentiera o la protesi rimovibile o avevano perso tanti denti per colpa di questa malattia e portano quindi dei ponti o degli apparecchi parziali, allora dobbiamo preoccuparci per noi stessi, perché molto probabile che anche noi potremmo sviluppare la malattia.

È come il diabetico, se una persona ha uno o entrambi i genitori diabetici, eredita una predisposizione.

La malattia però non si manifesta mai, si manifesta solo nel momento in cui oltre alla predisposizione, si inseriscono degli elementi scatenanti. Nel diabete l’elemento scatenante è costituito dall’alimento dolce.

Quindi tu puoi avere la predisposizione, ma finché stai lontano dai dolci e dagli amidi, ricordo che gli amidi sono zucchero semplice, è glucosio in forma aggregata quindi sono pane, pasta e riso, polenta, patate, farinacei, non è altro che glucosio purissimo, unito in forma di amido.

Chi ha la predisposizione al diabete e assume questo tipo di alimenti, corre l’elevato rischio di prendere a sua volta e di sviluppare il diabete.

Allo stesso modo per chi ha la predisposizione alla parodontite, l’assunzione di certi alimenti e alcune abitudini voluttuarie e un’incapacità di gestire correttamente l’igiene domiciliare, porta allo sviluppo della malattia.

Come posso descrivere la malattia? La malattia può essere descritta in questa maniera: è una malattia che non interessa il dente, è una malattia che interessa in parte la gengiva e in parte l’alveolo che contiene il dente.

Possiamo dire così: la gengiva è come se fosse una guarnizione, una guarnizione che sigilla il dente dall’ambiente esterno e impedisce che i batteri della nostra bocca penetrino all’interno del nostro corpo.

Quando una gengiva si infiamma e quindi la riconosci l’infiammazione perché tende a sanguinare, oppure vedi degli arrossamenti, la gengiva perde la funzione di guarnizione e quindi non sigilla più il dente dall’esterno all’interno e quindi il cibo può lentamente, e i batteri assieme al cibo entrare nella gengiva.

All’avvicinarsi dell’alveolo, l’alveolo non regge la presenza di infiammazione e inizia a sciogliersi.

Nell’arco di molti anni si può sciogliere così tanto da far perdere il supporto al dente.

Facciamo un esempio reale per capirci: immaginiamo che un dente sia lungo 4 cm.

Non ci sono denti lunghi 4 cm, ma è per fare l’esempio. Un dente lungo 4 cm avrà 1 cm all’esterno e 3 cm dentro l’osso. Quando la malattia colpisce l’osso un po’ alla volta l’osso si consuma e ci sarà un momento in cui ci sono 2 cm fuori dall’osso e 2 cm dentro l’osso.

Quello è un punto in cui possiamo ancora tranquillamente salvare il dente, ma ci sarà un momento in cui 3 cm di dente sono fuori dall’osso è solo 1 cm è dentro l’osso. A quel punto il dente non può essere più recuperato.

Quindi noi dobbiamo intercettare la malattia dal momento in cui comincia a consumarsi l’osso purché non raggiunga il terzo apicale, cioè il terzo più basso.

A quel punto il dente ha poche speranze di resistere ed è solo questione di tempo.

La diagnosi come si fa? Si fa in base alle nuove classificazioni attraverso, sostanzialmente, due test: uno è quello radiografico che ci mostra la perdita di osso, uno è il test che si chiama sondaggio e che ci permette di vedere quanto profonde sono le tasche e quanto sono lunghe le recessioni, cioè il ritiro della gengiva.

La combinazione di questi dati assieme alla presenza o assenza di diabete e alla sua gravità e alla presenza o assenza di alcune abitudini voluttuarie, tra cui domina il fumo, ci permette di stadiare la malattia e decidere se l’evoluzione sarà lenta, moderata o aggressiva.

A questo punto il clinico ha la possibilità, una volta classificata la malattia, di stabilire il giusto e corretto protocollo per quello specifico stadio e per quello specifico tipo di aggressività della malattia. Per ogni stadio ci sono protocolli diversi.

Per ogni livello di gravità, ci sono consigli e comportamenti specifici da adottare.

Partiamo dalla classificazione, quindi dalla stadiazione della malattia.

Gli stadi sono 4 e per ciascuno di essi va previsto un protocollo specifico che è fatto di due tipi di sedute: un gruppo di sedute serve per pulire perfettamente denti e radici senza ricorrere all’anestesia e per insegnare al paziente il corretto sistema di gestire la propria placca, eliminandola.

Quindi ciascuno di questi quattro stadi ha quattro protocolli diversi dicevamo, una parte semplice, preparatoria e poi una parte specifica dove bisogna andare a pulire nella profondità le zone più vicine all’osso e si utilizzano per effettuare questi trattamenti delle metodiche standardizzate che sono le linee guida che la società italiana di parodontologia ci insegna. In alcuni casi può essere utilizzato il laser.

Precisiamo subito che il laser non fa la differenza nella prognosi della malattia a lungo termine, ma aiuta molto a rendere la seduta meno pesante dal punto di vista degli effetti collaterali visto che si dovrà pulire internamente alla gengiva.

Ma per il paziente la cosa importante è ricordare che basterà una semplice anestesia della mucosa, della gengiva e poi il dottore con degli strumenti appositi a mano, rotanti, a ultrasuoni ed eventualmente con il laser, deterge la parte invisibile della radice che è coperta dalla gengiva fino al livello osseo.

Poi esiste un periodo in cui il paziente viene tenuto in osservazione, un periodo che può essere lungo tre mesi circa, durante il quale il paziente viene lasciato solo a gestire la propria malattia, imparando a lavarsi nel modo corretto.

Quindi ritorna a controllo dove si esegue di nuovo un test per vedere come è guarito e dove è guarito e quanto è guarito.

Si fanno le rivalutazioni e li si vede se è il caso di fare la ripresa in alcuni punti o se è il caso di mettere il paziente in mantenimento, oppure addirittura se è idoneo a passare a una fase chirurgica.

Quindi il piano di cura di una parodontite non è né semplice né banale né breve e richiede diversi mesi, in alcuni casi più di un anno. Il paziente deve saperlo che quando parte a combattere contro questa malattia, il suo impegno deve essere notevole e prolungato.

Alla fine il paziente avrà successo se riuscirà ad esercitare quello che noi chiamiamo “il controllo di placca”, cioè sarà in grado da solo di gestirsi perfettamente e di fare in modo che non si accumulino nella bocca mai depositi di placca, perché poi sono alla base della malattia.

Non l’ho detto. Ma la malattia si genera soprattutto per effetto delle tossine batteriche che crescono nei residui alimentari dei nostri pasti.

Se noi togliamo ai batteri la possibilità di nutrirsi, questi assumeranno una carica bassissima e la quantità di tossine nella bocca e in vicinanza alle gengive, sarà minima.

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